“IN PUNTA DI PENNA”… Classici Salvavita

La scelta di un libro è il risultato di una serie infinita di variabili di diversa natura. A volte si segue  il consiglio di un amico o di una recensione convincente, oppure si resta ammaliati da una copertina o da un titolo seducenti, o ancora si lascia spazio all’istinto che disorientato dallo stato d’animo del momento ci calamita verso un determinato volume. La maggior parte dei lettori accaniti, però, sa che prima o poi si vive una fase di “ritorno alla letteratura classica”, in cui il desiderio di atmosfere e profumi passati prende il sopravvento su qualunque nuova pubblicazione, per quanto attraente e di nostro gusto. Ma dopo quanta narrativa contemporanea scatta implacabile l’esigenza di leggere un classico?

C’è chi la affronta regolarmente e ogni due o tre romanzi di recente uscita fa un salto indietro nel tempo alla ricerca di vecchi sapori e chi, invece, ha tempi di inversione più lunghi e aspetta che il desiderio  diventi impellente. A volte nasce la curiosità di rileggere libri letti in giovinezza per cogliere quei dettagli che, per l’eccesso di entusiasmo e di freschezza, sono scivolati via veloci e inavvertiti. Altre volte si cerca proprio “quel titolo” che da anni aspetta quieto in uno scaffale della libreria il momento giusto per essere intrapreso. Ciò di cui tutti siamo smaniosamente a caccia è la certezza di non incappare in una delusione. Quando leggiamo un libro della Austen o di Dostoevskij ci sentiamo avvolti da una coperta di  sicurezza e di affidabilità. La fiducia è cieca e il rispetto incontrastato. Eppure nella maggior parte dei casi andiamo incontro consapevolmente a drammi umani e dolori laceranti che solo i protagonisti classici sono in grado di affrontare. Ma il nostro stato d’animo è diverso, è pronto a leggere di violenze inaudite che se, ambientate in epoche relativamente lontane, risultano più accettabili. Se a subire soprusi e tradimenti è Edmond Dantès, nonostante la vicinanza emotiva, la tolleranza è maggiore. E in qualche modo risulta rassicurante sapere che certe inquietudini e sofferenze accompagnano l’uomo da sempre. Quando Emma Bovary o Anna Karenina pongono inesorabilmente fine al proprio tormento interiore veniamo senza dubbio colti da un profondo turbamento, ma prevale la consapevolezza che non sarebbe stato possibile un finale diverso. Soffriamo ma ne usciamo soddisfatti. Nella narrativa contemporanea, invece, spesso cerchiamo “il lieto fine” e difficilmente siamo pronti ad accettare la morte, tanto più per suicidio, del protagonista. È il potere dei classici che regalano un senso di completezza e di appartenenza che dona intensità al piacere della lettura. È vero appagamento emotivo e culturale.

Le ragioni per cui intraprendere un libro classico sono moltissime ed elencarle sarebbe un’impresa complessa e noiosa, ma forse è sufficiente riportare ciò che diceva italo Calvino: “Non si creda che i classici vanno letti perché «servono» a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici”.

Lucy

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